Elefanti e topolini

Le discussioni tra “com’era una volta” e tra distillerie grandi e piccole come fatto da Claudio di recente (approsimando industriali VS artigianali) è sempre una delle più vive tra gli appassionati, soprattutto tra i “vecchi” che hanno potuto magari approcciarsi al mercato in periodi in cui la qualità era molto alta. Prendendo spunto da un articolo di John Hansell, che più o meno titola “I confini tra distillerie affermate e piccole distillerie stanno diventando sempre più labili…e diventeranno sempre più labili in futuro” si può ampliare ancora di più la visuale di cosa sta succedendo” con una visuale molto americana ma comunque traslabile in altre realta’.

Riporto qui il succo

Man mano che le nuove distillerie artigianali si sviluppano e iniziano a offrire whisk(e)y con più lunga maturazione, inizieranno a competere con le distillerie affermate.
L’altra faccia della medaglia è che le distillerie affermate stanno incrementando l’offerta di distillati govani, come nel caso della Heaven Hill’s “TryBox Series”, mettendosi quindi sul mercato delle nuove distillerie.
Le microdistillerie stanno aumentando una crescita veloce, avendo però una produzione piccola e limitata. Quindi probabilmente le distillerie grandi non avranno niente da preoccuparsi nel breve, ma sarebbero pazzi se non iniziassero a porre attenzione.
Dando uno sguardo al mercato americano dei microbirrifici gestito dalla BA (niente a che vedere con i nostri micro mico micro, ndr) e facendo un possibile parallelo, si può vedere che mentre il consumo totale sta diminuendo, la quota di mercato e il consumo delle birre artigianali aumenta. I grandi birrifici che fanno birre di stile pils anonime stanno cercando di fare birre con più carattere e stanno facendo alleanze con i micro.
E anche nel mercato del whisk(e)y sta accadendo lo stesso. Piccole distillerie come Stranahan’s e Anchor sono state acquisite da grandi gruppi. E William Grant (Glenfiddich, Balvenie) ha acquistato da Tuthilltown Spirits Hudson Valley craft distiller.
Quindi i confini saranno sempre meno marcati e penso che sia fondamentalmente una buona cosa, salutare per l’industria del whisky.
Ci sono anche dei lati negativi? Beh si. Sarà necessario gestire crescita e matrimoni e qualche sicuro fallimento come già successo tra i microbirrifici. Ma i lati positivi sono sicuramente maggiori e si può sopprtare anche qualche inconveniente.

Le discussioni sono aperte anche in Italia sul fronte birrario per una recente campagna di un grosso gruppo industriale. E si vedono risposte opposte, alcuni vedono opportunità, altri sono più pessimisti o con visioni escatologiche. Ovviamente i due mercati sono diversi, ma leggendo anche l’articolo, neanche tanto.

Io seppur facente parte della fazione “una volta era meglio” e senza tediare troppo, non vedo il mondo dei distillati molto diverso da quello che succede in altri campi “alimentari”, se non per il fatto che in Scozia c’e’ un disciplinare molto ferreo e per fortuna ancora rispettato in modo abbastanza rigoroso. Ci sono si i grossi, che però hanno già differenziato l’offerta. L’esempio eclatante, citato anche nell’articolo, è Grant che ha Glenfiddich (mio personale giudizio, una delle peggiori) che fa 10 Mio di litri e accanto Balvenie (mio personale giudizio, una delle migliori) che ha ancora la malting floor. Penso che sarà inevitabile che chi ha potere finanziario andrà a comprare qualche nicchia di alta qualità per completare il proprio portafoglio. La cosa sarà positiva o negativa? Penso che la risposta sia…dipende. Dipende da chi compra e da chi vende. Ma qua si entra in un discorso talmente lungo e complesso pieno di esempi buoni e cattivi.

Comunque ricordatevi che anche voi siete “compratori”, quindi comunque come tanti topolini potete rosicchiare la gamba del tavolo e rovesciarlo, se non vi piacesse.
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