Whisky Live Paris 2011 – Parte Prima

Una sveglia alle 4.30 e un ritorno verso l’una di notte per andare in giornata al Whisky Live a Parigi potrebbe essere considerata una follia ma vi posso assicurare che ne e’ valsa la pena, se Parigi val bene una messa, figuriamoci se c’e’ di mezzo la nostra passione.

Vanteria a parte, proviamo a fare un resoconto in due puntate, la prima sarà dedicata al whisky, la seconda, in divenire, a una simpatica chiaccherata sul Gin, di cui ci siamo occupati qualche settimana fa, con Geraldine Coates di Gin Time (onde evitare illazioni, non è  quella della foto…)

Dicevamo il whisky, con le buone intenzioni di segnarci qualche nota degustativa ci siamo portati penna e taccuino, rimasti in fondo allo zaino per affrontare il tutto in modo destrutturato e cercando di parlare e divertirci assieme all’altro pazzo Marco, conterraneo e appassionato.

Il giorno scelto, per causa di forza maggiore, e’ stato il lunedi’, dedicato agli operatori e di cui abbiamo usufruito per il nostro modesto apporto editoriale alla causa e per l’amicizia e disponibilità  di Andrea Spinello di Inverhouse con cui abbiamo passato un po’ di tempo, soprattutto nel pomeriggio, e che non posso mai smettere di ringraziare per la sua gentilezza.

Siamo entrati alle 11.00 circa (in ritardo causa traffico) e ci siamo tuffati subito nell’enorme numero di imbottigliamenti presenti, seppur per la maggior parte della linea standard delle distillerie, con qualche novità e con qualche chicca, tra cui mi viene in mente il Glenfarclas 40.

Come dicevamo tutto destruttrato, come si vede anche dal racconto che sto facendo, in ogni caso, pur con la limitazione degustativa di tanti dram,

magari non col dovuto tempo (difficile in un evento del genere) ho necessariamente raccolto impressioni poco tecniche e molto di pancia/esperienza.

Conferme (positive)
Glendronach (15, 18, 21), Lagavulin, Clynelish, Talisker.
Glenfarclas (assaggiato anche 40 anni, altamente didattico di come l’aggiunta du acqua possa cambiare tutto), vari Caol Ila giovani di IB (8-12 anni), Glenmorangie 18.

Conferme (sul fatto che non mi piacciono)
Arran (il Machrie Moor #2 al naso incoraggiante, in bocca totalmente inutile), Glenfiddich (anche il malt master non indimenticabile). Il Macallan 18 “replica” di quelli mitici degli anni 90 lo definirei “voglio ma non posso”. Qualche lontano ricordo dello zio defunto ma proprio poca cosa. Non dico cattivo, ma non all’altezza del nome.

Da riprovare
Auchentoshan Vailich, Balvenie Tun 1401

Delusioni
Trattasi di delusioni nel senso che non si ritrovano le caratteristiche della distilleria e non che siano cattivi, il Glenrothes 1988 (troppo dolce, poco secco e speziato) e il Balblair 1991 (sembra uno speyside).
Anche il Glen Grant 25 non mi ha certo entusiasmato, mi aspetto sempre complessità superiori e finali più lunghi da prodotti così tanto maturati.

Un po’ perplesso sul Laphy 25 cs, va riprovato con calma, anche se tendo a bocciarlo per la parte gustativa molto piatta.
Bene Kilchoman, ricorda Caol Ila giovani e ardbeg. Ottimo il Laphroaig 19 di Douglas Laing.

Tra gli outsider
Non male ma cone dice Marco, “se ne sente il bisogno?”, il Lark tasmaniano. Il Macmyra #7 mi è piaciuto, leggermente torbato.

Sorpresa
Aoichi 12 (il 18 meno buono)

Ciofeca

Yamazaki 18 (al naso bostik, in bocca peggio). Il bicchiere fornito, troppo grande e anche la forma non aiutava.

Tra le note negative secondo me poche novità portate dalle distillerie, spesso prodotti ricicciati e presenti sul mercato da molti anni (beh in alcuni casi meno male che resistono). Da una “fiera” mi aspetterei di vedere qualche “nuovo” modello in più.

Tra le piacevolezze della giornata uno show di Richard Paterson, istrionico Master Blender di Whyte & Mackay, che ho filmato e vi proporrò presto (compreso un giudizio sul bicchiere): anche senza capire l’inglese uno lo assumerebbe a Zelig. L’aneddoto simpatico è che in una sessione precedente uno dei partecipanti abbia detto che il Dalmore aveva dei sentori sulfurei e sia stato schiaffeggiato. Cosa confermata dall’interessato con cui abbiamo scherzato sull’accaduto.

Qualche considerazione finale che ritengo importante, visto che si valuta anche il festival e non solo quello che si beve.
La formula è ottima, si paga un ingresso alto, 45 euro, e si beve tutto quello che si vuole. Ancora meglio se, come me, non si paga nulla. Nota negativa niente da mangiare, ma li intorno c’era l’imbarazzo della scelta.

Per quanto ci sia la rivalità storica con i cugini d’oltralpe, basta recarsi al Whisky Live di Parigi per rendersi conto delle differenze abissali tra il “movimento” italiano e francese nel campo del whisky e degli spirits in generale. Differenze visibili anche dal fatto che in una giornata operatori le sale fossero gremite, anche se il tutto era molto vivibile

Ho dimenticato qualcosa? Le differenze tra in nostro movimento e quello francese sono molteplici e che provo a schematizzare, prendendo come riferimento i transalpini:
1) Presenza massiccia di pubblico giovane e femminile
2) commistione tra whisky e altri mondi, come Gin, Rum (presente anche Velier con Caroni) ma anche la parte “miscelazione”. Nella sala sotto (allestita secondo me magnificamente) dove c’erano “i non whisky” tantissima gente. Da purista dovrei storcere il naso ma invece per creare maggior pubblico e cultura serve proprio attirare una clientela diversa, anche attraverso operazioni discutibili da un punto di vista della qualità  dei prodotti (sponsorizzazione Havana Club ecc).
3)Il mercatoe’ dinamico e curioso, prova è che la sala dei giapponesi era la più gremita.

4)La formula francese con biglietto d’ingresso alto non e’ attuabile in italia, verrebbero in 5. Inoltre nessuna distilleria in Italia penso investirebbe neanche il 20% di quello fatto a Parigi, dove la Maison du whisky e’ una vera potenza.

5) Il mercato italiano e’ dominato da appassionati che stanno rintanati ma è soprattutto visto, da chi non è appassionato, come un modo di anziani danarosi. La realtà è che avere una piccola selezione di whisky più che dignitosi costi molto poco e sia accessibile a tutti i nasi e i palati, avendo uno spettro aromatico e olfattivo molto ampio. Non esiste solo la torba insomma, e anche di quella ce n’e’ per tutti i gusti.

29/09/11, il festival ha avuto 5.000 visitatori (!)

Ecco il resoconto di Claudio.

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