Quando Gianni Brera sorseggiava whisky

Fin da quando ragazzino guardavo il Processo del Lunedì o La Domenica Sportiva con mio padre, mi ha sempre affascinato la figura di Gianni Brera, figura che poi nel corso di anni, grazie a  letture più ampie e mature, ho potuto apprezzare anche come autore di saggi e romanzi e non solo come raffinata penna sportiva, inventore di innumerevoli neologismi come Eupalla e Centrocampista, o come commentatore televisivo.  Non che fare il giornalista sportivo sia da tutti, almeno a quei tempi, ma diciamo che nell’immaginario collettivo lo scrittore occupa un posto più di prestigio, pur essendo, secondo me, questa distinzione del tutto artificiosa e pure piuttosto scorretta. Diciamo pure poi che nel corso degli anni il fascino di Brera è diventata quasi una adorazione, tra libri, articoli e mi piace ricordare anche lo spettacolo con Cochi Ponzoni di Sabina Negri, purtroppo più nota come ex moglie di Calderoli che come autrice. Tra l’altro, visto che sto facendo incisi a volontà, lo spettacolo col nome GIOÀNN BRERA l’inventore del centravanti, è tornato in teatro con Bebo Storti (regista dello spettacolo ai tempi di Cochi) proprio nel 2012. Ma me lo sono perso, ahimé.

Tornando al perché di queste righe, mentre scrivevo un pensiero su Facebook per per ricordarne il ventennale della scomparsa lo scorso Dicembre, ho letto un pezzo di Gianni Mura, contenuto nel volume “Parola di Brera”, dove si parlava di una sua certa frequentazione col nostro distillato preferito, tenuto in una fiaschetta dentro il suo celebre borsello di ippopotamo. Ho pensato allora di mandare una email al sito brera.net, intuendo che fosse gestito direttamente dalla famiglia. Certo non mi sarei mai aspettato che, dopo nemmeno 24 ore, mi squillasse il telefono e che dall’altra parte del filo ci fosse il figlio Paolo a recuperare dalla sua memoria marchi ed etichette di whisky che giravan per casa.

Brera e Veronelli premiano Ermanno Olmi al premio Nonino 1979

Il rapporto di Gianni Brera con la buona tavola e il buon bere non è certo un mistero, complici anche le frequentazioni con Veronelli. Tra le sue incursioni tra calcio e tavola rimane famosissima l’intervista, organizzata da Minà, con Nereo Rocco nel 1974 a casa del Paròn (di cui vi ho messo a fondo pagina un estratto), dove parlarono per ore davanti a qualche bottiglia di vino. Rocco alla fine della giornata esclama “Me gavé fato un dano de meso milion“. Anche per le numerose bottiglie su quella tavola, qualcuno potrebbe pensare a un Brera spesso brillo e dedito ad alzare il gomito. La cosa non sta in piedi almeno per un motivo ben preciso: Brera non faceva il cantante rock o il poeta, faceva un lavoro metodico fatto di articoli giornalieri da consegnare in tempi ben stabiliti, battendo sui tasti delle sue macchine da scrivere e producendo cartelle velocemente; capite bene che tutto questo è incompatibile con qualsiasi “disordine” di tipo alcolico. Certo non si faceva negare un bicchiere durante la giornata, il whisky lo beveva spesso allungato con acqua o ghiaccio e se lo faceva durare tutto il giorno, ma chi ha lavorato con lui testimonia una professionalità incredibile e una fiducia massima verso i collaboratori, che magari gli sforbiciavano il pezzo troppo lungo.

Ecco infatti a confermare il tutto il ricordo di Ettore Gobbato, autore, tra l’altro, del libro “Giuliano Bortolomiol. Il sogno del prosecco“, amico della famiglia Brera che anche lui senza troppi convenevoli mi ha concesso il suo tempo senza fare troppe domande:

Mi ricordo solo che a fine pasto a casa sua si accendeva un toscano e si versava due dita di whisky. Ricordo che teneva le bottiglie in un armadio a muro dietro la sua scrivania e il bicchiere che usava era di cristallo massiccio, più tardi ne ho visto uguali solo in qualche pub inglese. Non metteva mai la bottiglia sul tavolo versava dentro l’armadio e si sedeva. Lo beveva molto lentamente, a sorsi piccoli, degustando come faceva col vino. Anche quel suo modo di fare era un insegnamento: la vita va centellinata e non trangugiata. Ricordo anche che dopo aver consultato decine di medici decise che il suo medico sarebbe diventato il mio allora giovane fratello (che oggi purtroppo non c’è più) per l’unico motivo che gli forniva un cocktail di farmaci che non interrompesse le sue abitudini alimentari ed etiliche. Portava quelle medicine nel suo borsello di pelle di coccodrillo (credo) che viaggiava sempre con lui. Contrariamente a quanto molti pensano, Gianni non era un uomo smodato, beveva molto bene e con moderazione. Purtroppo non ricordo le marche e i tipi di whisky che preferiva anche perché noi giovani eravamo ammessi al vino non ancora ai superalcolici.

Parlare di Brera senza fare incisi sembra quasi impossibile, comunque Paolo, tra varie piacevoli chiacchere in cui ha tratteggiato il profilo del padre, mi ha parlato che in casa giravano vari blended tra cui J&B, Chivas, Queen Anne (che non ho mai bevuto ma che in alcune epressioni ha raggiunto oramai prezzi considerevoli), ma anche un noto single malt, il Laphroaig, che a suo dire negli ultimi anni gli rendeva la bevuta molto più piacevole. Un Laphroiag probabilmente importato da Bonfanti, personaggio di cui ho potuto sentire aneddoti piacevolissimi e che frequentava anche Veronelli, su cui in futuro mi piacerebbe approfondire.

Paolo mi ha poi detto che di fiaschetta poi non si trattava; era più una boccetta in cui poteva mettere anche altri distillati, e in particolare la grappa, con cui aveva un rapporto anche culturale, frequentando il premio Nonino fin dagli esordi, assieme a Luigi Veronelli.

Proprio sulla boccetta di Brera, Marino Bartoletti riporta un episodio dei mondiali del 1978. Un addetto all’entrata di uno stadio nota la bocceta a tracolla e lo blocca. “Con esa no puede entrar señor”. “Que es prohibido, el whisky o la botella?”, lo provoca Brera. “Es lo mismo, señor” risponde l’altro. Brera lo guarda poi si beve a garganella la fiaschetta, vuotandola fino all’ultima goccia e passa oltre mentre dice “No es lo mismo, pistolon”.

Le frequentazioni col whisky si incrociano con quelle con Niccolò Carosio, di cui Brera racconta una serata a Varsavia “durante un accanitissimo scopone, salì dal mezzanino a prendere un rinforzo di scotch in camera sua. Uscì dall’ascensore tenendo la bottiglia sull’avambraccio come un fantolino adorato”.

Facendo una riflessione da vecchio rintronato che discorre sulle panchine dei giardini, penso che nei primi anni ’80 alla Domenica Sportiva c’erano Beppe Viola e Gianni Brera. Oggi la Ferrari e Mazzocchi. Potete anche saltare alle conclusioni.

Una cosa che mi ha colpito, avendo spesso a che fare con persone che non rispondono a mie richieste di informazioni, è la massima disponibilità delle persone a parlare di Gianni, tra l’altro con un dilettante/hobbista: il figlio Paolo, Ettore Gobbato, con cui, tra l’altro, mi ha messo in contatto Gian Arturo Rota, genero di Veronelli e portatore sano di tutto il suo bagaglio culturale.

E io mi porto a casa col massimo rispetto, avendo la pretesa di fare un po’ di divulgazione, quello che Gianni scrive il 15 Marzo 1991 rispondendo a un lettore che gli chiede consigli sui tabacchi:

E’ vero che sono noiosi coloro che approfittano di ogni pretesto per erigersi a maestri di qualcosa: noiosi e temerari; perché manifestando opinioni recise, come è inevitabile che facciano i maestri, inducono al riso a addirittura al disprezzo coloro che hanno opinioni opposte. Mai sentito parlare e sentenziare di vini, birre, whisky e perfine di grappe? E’ quasi sempre uno spasso. Né mancano gli spudorati che, per dar vigore alle proprie idee, citano in proposito autori stranieri mai esisiti: Eugenio d’Isy, Sacha Pistoloff Karenin eccetera eccetera.

Bibliografia di Gianni Brera

 

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