Whisky Live Paris 2013: ecco chi me l’ha fatto fare

Per il terzo anno di fila, e quindi oramai una consuetudine, toccata e fuga al Whisky Live Paris il lunedì, in una nazione “whiskisticamente” importantissima e avanzata e basta vedere le presenze e la competenza dei partecipanti per farsene una idea. Solita partenza assassina nel mezzo della notte, con ancora i travestiti a presidiare viale Certosa, e arrivo al festival prima delle 11, dopo il lungo viaggio in bus da Beauvais. Marco che mi accompagna e come gli anni precedenti la frase è “ma chi ce l’ha fatto fare?”. E la risposta viene puntuale nel resto della giornata.

Location dell’anno scorso confermata, La Maison de la Mutualité, ma in spazi più ampi con un piano dedicato agli abbinamenti e alle masterclass; i giapponesi inseriti allo stesso piano e nella stessa sala degli scozzesi, in una zona più accessibile e per poter accogliere la ressa e anche quest’anno infatti la zona era la più battuta dai visitatori; gli “indipendenti” invece sono in una sala finalmente non separata dal resto ad accesso libero (l’anno scorso serviva una sorta di pass VIP). Ne hanno beneficiato di certo tutti, visitatori compresi. Tra gli indipendenti ben tre presenze italiane: Wilson&Morgan con Luca e Fabio, Samaroli con Saverio e Antonio e Silver Seal con Massimo. Dietro i banchetti non erano gli unici italici: avevamo il sempre gentilissimo Andrea di Inverhouse a fare da jolly tra gin e single malt, il team Velier con Daniele (che ho visto) e  Luca, Capovilla (che pure mi sono perso) e la Nardini, ma quando siamo passati si parlava francese e credo fosse in mano al distributore. Nella sala “Whisky dal mondo e microdistillerie” c’era poi la Puni con la banda dei giovani al completo e i nuovi prodotti Alba e Pure in bella evidenza: l’aumento a 43% ABV ha giovato e Pure è un new make incredibilmente bevibile e gentile con un un’ottima freschezza. Avanti così. Tra Sabato e Domenica altri italiani “noti nell’ambiente” ma cito quelli di lunedì: Claudio, Andrea, Pino e Nadi. E scusate se è poco

Ovviamente  non si può non nominare Salvatore Mannino che ci ha accolti come dei veri VIP mentre si sbatteva come un matto per le masterclass. Poi ha condiviso delle vere chicche con noi (vedi foto), commovente e generoso senza secondi fini.

Tra le cose bevute alla rinfusa ma in modo del tutto consapevole ci sono varie cose di notevole fattura. Ho cercato di andare a colpo sicuro anche provando cose nuove.

Capitolo giapponese, nessuna nota di degustazione ma ho apprezzato veramente molto Hibiki 21, Nikka Taketsuru 21 e Hakushu Heavely Peated.

Passiamo alla più familiare Scozia. Tra le conferme Glenfarclas con 30, 25 e il 1984 davvero buono. Buonissimo il Glenrothes editors cask (mi pare cask #3828 del 79) che dovrebbe costare una fucilata. Nuovi vintage di Balblair, il 1990 e il 1983: il primo molto sherried, dolce ma non stucchevole, il secondo con un carattere molto “Balvenie”: buoni entrambi ma purtroppo senza il carattere che io chiamo “tropicale” della distilleria, comunque mica male eh. Molto buono il single cask prelevato direttamente dalla distilleria (dove ora è possibile riempirsi la propria bottiglia). Dalla stupenda e gentilissima Juliette di Benromach abbiamo provato il Golden Promise, bello oleoso ma troppo aggressivo, necessita di un po’ di botte ancora, e il raro 30 anni (tenuto sotto il banchetto) che mi è piaciuto parecchio per la sua semplicità. Balvenie sempre una certezza col Tun 1401 nuovo batch, meno affascinante al naso ma sempre buono e il 12 single cask; non mi ha entusiasmato invece il 17 Double Wood che ho trovato un po’ troppo slegato in bocca, per quanto poi si riprendesse nel finale. Solite certezze granitiche dalla gamma di fascia alta di Talisker. Bowmore Devil Cask non memorabile ma discreto. Banchetto Ardbeg desolatamente sempre vuoto con nemmeno una chicca o una novità, seppur sia di proprietà francese e dovrebbe essere di casa. Io penso che alle fiere qualche novità o chicca bisogna portarla. Tra gli indipendenti non italiani il Clynelish di The Nectar, il Laphroaig dei padroni di casa LMDW.

Tra quelli di casa nostra, non ho bevuto nulla da Whisky Antique, essendo di fresco passaggio da loro (ok, ho riprovato un goccetto di Glendronach che sono riuscito ad apprezzare molto). Da Wilson&Morgan ho provato il Tobermory sherry cask veramente ottimo, corposo e oleoso in bocca. Mi è piaciuto il Glen Garioch di Samaroli ma ho trovato favoloso il nuovo Highland Park, complesso ed elegante.

Un capitolo a parte merita anche Compass Box dove grazie alla gentilezza di John Glaser abbiamo potuto assaggiare buona parte della linea e qualche edizione speciale. Il Delilah’s è un whisky fatto per un bar di Chicago, maturazione completa in botti vergini, 50% di grano e 50 di malti; John spiega che l’usanza locale è di berlo in shot alternato alla birra. La botte di legno americano vergine è stata usata per dare un carattere “bourbon” al distillato e devo dire che la cosa è pienamente riuscita essendo di facilissima bevibilità, molto dolce e vanigliato e con una bella freschezza, lo vedo bene in sostituzione del prosecco per farsi un bell’aperitivo. A seguire un prodotto simile nella sua semplicità e pulizia, Asyla. Come il precedente ha buona parte di Dailuane e Teaninich come malti. Il terzo è stato lo Spice Tree, un blended malt che come dice il nome un tripudio di spezie una base di Clynelish di tutto rispetto. Fa una prima maturazione in first fill bourbon e poi in botti nuove di legno francese,  secondo me buonissimo. Il quarto (e quinto) sono il Peat Monster (e l’edizione speciale del 10 anniversario): tanto tanto Laphroaig, poi Caol Ila, Ardmore e Ledaig e anche questi li ho trovati veramente ottimi. Insomma quando i blended sono buoni non fanno rimpiangere i single malt, anzi.

Abbiamo poi fatto due masterclass (rigrazie a Salvatore). La prima, Dalmore con lo show di Richard Patterson, a cui abbiamo strappato una promessa di una sua calata in Italia, vedremo. Interessante non tanto per i malti (Cigar Malt, 15 e King Alexander) ma, spettacolo a parte, per i sei campione di botte che vanno a comporre il King Alexander, utili a capire quali caratteristiche donano al distillato: ad esempio il Cabernet Sauvignon aveva un profumo di acquaragia/sverniciatore fortissimo ma in bocca aveva una grandissima struttura e corpo, così per capire per cosa è stato utilizzato. La seconda con Douglas Laing in cui mi è piaciuto molto il loro grain mentre il Peat Monster onestamente lo trovo un po’ “cafone” (ok, senti chi parla ed era già tardi e le papille brasate).

Tra gli extra whisky segnalo il cognac Vallein Tercinier, chi ne sa (tipo lui?) magari mi dà dell’incompetente ma non sono stato l’unico ad apprezzarlo.

 Ovviamente chiedo ai presenti un loro parere, soprattutto per chi ha potuto rimanere più giorni e prendere anche nota. Tornato a casa stanco ma appagato che la lancetta dell’orologio aveva già scavallato al giorno successivo. Ma chi me l’ha fatto fare?

 

Un pensiero riguardo “Whisky Live Paris 2013: ecco chi me l’ha fatto fare

  • 17 ottobre 2013 in 10:07
    Permalink

    Non ho più il fisico ormai !!
    Se beve tutta quella roba io a casa non ci torno.
    Voi della Padania siete indistruttibbili.

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