[Storia e Geografia][6] Epopea, caduta e rinascita del whiskey irlandese

irishwhiskeyIn molti si sorprendono quando scoprono che fino alla metà dell’800 il whisk(e)y di punta era quello irlandese e non quello scozzese. Ricordiamo che la prima distilleria certificata con una licenza ufficiale alla distillazione è la Bushmills, sulla cui etichetta spicca la data del 1608, per quanto poi sia stata registrata solo nel 1784. Inoltre la tradizione vuole che la distillazione nelle isole britanniche sia stata portata proprio dai monaci irlandesi già dal VI secolo. Il termine gaelico uisce beatha diventa whisk(e)y una volta anglicizzato probabilmente a metà del 1.500 quando la monarchia inglese sotto i Tudor si consolida e si espande verso l’Irlanda. Pare che una delle prime appassionate sia stata la regina Elizabeth I (1533-1603) che si faceva mandare direttamente il distillato a corte. Come dice Mel Brooks nella pazza storia del mondo, “è bello essere re”.

Lo zar Peter il grande (1672-1725) si spinge a dichiarare (dopo credo averne consumato qualche ettolitro) “di tutti i vini del mondo, lo spirito irlandese è il migliore”. Samuel Johnson, l’autore del dizionario britannico, inserisce la parola whiskey nel 1775 “the Irish sort is particularly distinguished for its pleasant and mild flavour” (il whiskey irlandese si distingue per il suo aroma dolce (leggero morbido) come a dire che quello scozzese era molto più spigoloso; la tradizione irlandese infatti prevedeva l’asciugatura del malto in kiln chiusi e quindi l’orzo non era in balìa dei fumi di torba, anche se Old Bushmill usa una parte di orzo torbato. L’altra differenza principale è la famosa tripla distillazione che rende il distillato più “leggero”, anche se fino a qualche decina di anni fa anche in Scozia molte distillerie usavano questa tecnica. Ma torniamo alla storia per sommi capi; nel 1779 si stimano circa 1.200 distillerie in Irlanda e nel XIX secolo risultano almeno 400 marchi di whiskey che arrivano fino agli Stati Uniti.

Durante l’Ottocento whisky scozzese era scosso da mille problemi, concorrenza col gin, tassazione, nonché colpito da mille scandali dovuto alle frequenti sofisticazioni (per queste ultime vi consiglio il libro Bad Whisky di Edward Burns). La (ri)nascita e precedente/conseguente caduta del whiskey irlandese si sviluppa attraverso alcuni eventi fortuiti e casuali che fanno crollare il distillato della verde isola. Una delle prime cause deriva dell’invenzione (1822 Perrier, 1828 Stein) e poi perfezionamento (1830) dell’alambicco a colonna moderno operato da un ufficiale delle accise, ironia della sorte, irlandese, il famoso Aeneas Coffrey. A seguito di questa innovazione entrano prepotentemente sul mercato i blended, meno “ruvidi” dei single malt dell’epoca, che ricordiamo raramente facevano un passaggio in botte (l’obbligo della maturazione di almeno 2 e poi 3 anni avviene nel 1914 e 1915) e che erano spesso molto affumicati. Da quel momento il mercato si amplia enormemente, anche perché di lì a poco (1850 ca) la filossera sterminerà le viti nell’Europa facendo impennare le richieste di whisky a discapito delle acquevite di uva: il whiskey è ancora al top delle vendite ma da lì a poco le cose cambieranno.

Gli irlandesi non credono nell’alambicco “patent” e rimangono tradizionalisti e legati all’alambicco discontinuo tradizionale, tagliandosi di fatto fuori dal grande mercato che si viene ad aprire. Nel 1909 dopo una sfilza di cause riguardo la denominazione ‘whisk(e)y’, la ‘Royal Commission on Whisky and other Potable Spirits’ viene istituita e dopo un anno e mezzo delibera che anche il distillato prodotto con il Coffrey Still può essere denominato whisk(e)y. Mettiamoci poi che la guerra civile e la successiva indipendenza (1919-1921) emarginano l’Irlanda dall’impero britannico e dalle enormi potenzialità distributive. Nel XX secolo è un lungo declino e conversione tardiva al blending e ai grandi numeri con la perdita di qualità. Dopo la fine della proibizione in USA, le distillerie irlandesi non riescono a fornire abbastanza prodotto e nel 1968 rimangono solo 5 distillerie attive che poi diventano la Irish Distillers Group che confluisce nella gigantesca distilleria di Middleton, costruita accanto a quella storica che diventa nel 1992 visitor centre.

Anche per questo motivo di mancanza di differenziazione, fino a pochi anni fa siamo rimasti abituati a whiskey irlandesi che si erano completamente  snaturati essendo sì molto morbidi, ma anche quasi completamente composti da whisky di grano distillati a colonna. Whiskey piacevoli e piacioni ma senza carattere, con piacevoli eccezioni come ad esempio il Bushmills Millennium che ho avuto la fortuna di bere a Mulligan’s (unici italiani ad averne avuta una botte). Da pochi anni stiamo assistendo a una rinascita commerciale ma anche qualitativa, seppur quest’ultima ancora in corso. I grandi marchi come Jameson (Middleton) e Bushmill hanno cominciato a fare small batch e sono ricomparsi whisky distillati con l’alambicco tradizionale pot still (es. Redbreast, Green Spot, Connemara e qualche Bushmills).  Come sottolineato, il fatto che i prodotti escano quasi totalment da Middleton è sempre stata una forte limitazione, ma come detto un po’ di differenziazione è in atto, anche col recente annuncio che coinvolge la nostra Saronno. Ho potuto apprezzare di recente alcuni marchi come Wild Geese e Teeling, certo non fate sempre il confronto con la Scozia, si tratta di prodotti diversi e non sostitutivi, e per questo secondo me vanno apprezzati. Una interessante e ulteriore differenziazione del metodo irlandese in “discontinuo” rispetto allo scozzese è l’utilizzo anche di orzo non maltato, in aggiunta al classico malto d’orzo. La denominazione utilizzata attualmente per questo tipo di distillazione è Single Pot Still, utilizzata solo dal 2011 per essere conforme alla legislazione, mentre in precedenza si trovava la definizione Pure Pot Still.

La rinascita è anche nei numeri, con la crescita delle vendite a doppia cifra già da diversi anni, sicuramente trainata sempre dagli Stati Uniti in cui la comunità irlandese è piuttosto massiccia. Jameson è passata in 10 anni da 3 milioni di casse (9 litri) a 6.2 milioni di casse. Gli altri sono molto distanti e sotto il milione. Anche gli Irish devono maturare almeno 3 anni e la zona comprende sia Irlanda che Nord Irlanda.

Una cosa curiosa è che in Irlanda c’e’ una forte fidelizzazione al marchio. Non sentirete mai al pub ordinare un generico “Irish whiskey”, i locali ordineranno sempre ad esempio un Paddy o un Jameson. E’ piuttosto usuale vedere, soprattutto persone anziane, sorseggiare in coppia un Paddy e una Guiness; beh se lo volete anche voi ordinate un chaser. Altra curiosità è l’imparentamento di Gugliermo Marconi con la famiglia Jameson (di cui di recente Marco Cremonesi ha scritto un bel pezzo sul Corriere) tramite la madre Annie, testimoniato anche da un imbottigliamento celebrativo.

Avendo raggiunto la saggezza da diversi decenni, essendo nato vecchio, penso che l’approccio a nuove tipologie di whisk(ey) da parte dell’integralista del single malt debba abbandonare la logica sottrattiva (“non scambierei mai il mio single malt con un irlandese|giapponese|americano) a una logica additiva (“bevo sempre il mio single malt ma è bello provare cose nuove che magari danno profili aromatici diversi”).

16 pensieri riguardo “[Storia e Geografia][6] Epopea, caduta e rinascita del whiskey irlandese

  • 23 gennaio 2014 in 14:51
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    caro Davide, concordo con le tue conclusioni, l’Irish Whiskey (Pot Still) è uno spirit diverso che a mio parere non può e non deve entrare in competizione con il whisky scozzese (single malt).

    trovo comunque molto interessanti anche alcuni single malt irish (Tyrconell e Connemara ad esempio..)

    tre piccole pecche: quasi sempre imbottigliamenti a 40 ABV, i prezzi e una preoccupante propensione ai finish..
    ciao
    Paolo

  • 23 gennaio 2014 in 15:13
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    Ero certo che ti saresti palesato su questo post. I know my chickens… Hai provato il Millenium da Beppe?

  • 24 gennaio 2014 in 15:35
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    eheheheheheheh conosci le mie debolezze…
    non ho ancora provato il Millenium ma è in lista!

    ciao

  • 3 febbraio 2014 in 17:41
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    Ho letto con interesse l’articolo dedicato all’Irish Whiskey….
    Premetto che da anni non seguo più molto la letteratura riferita al whisk(e)y, ma mi sembra di ricordare che al di là del kiln aperto o chiuso, della doppia o tripla distillazione, ciò che differenzia nettamente l’Irish dallo Scotch è l’utilizzo nella produzione del primo di una miscela di orzo maltato e non maltato, ed è proprio la parte di unmalted barley che conferisce al whiskey irlandese le sue note più caratteristiche.
    Ricordo male?

  • 3 febbraio 2014 in 18:57
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    Aspetta, sei l’Andrea Rimini che penso che tu sia? 6 febbraio 2008 da Valentino Zagatti ?

  • 4 febbraio 2014 in 09:18
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    Memoria formidabile, caro Pino…. si, sono io, come stai?

  • 4 febbraio 2014 in 09:49
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    ricordi correttamente, il Single Pot Still o Pure Pot Still (nel passato) si caratterizza sia per la tripla distillazione sia per l’utilizzo di orzo non maltato “unmalted green barley”.

  • 4 febbraio 2014 in 10:45
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    Si Andrea (e Paolo), anche questa è una differenza sostanziale e che va sottolineata. Quello che onestamente non so e su cui mi devo documentare è se questa differenza è marcatamente vera in età contemporanea o se veniva attuata sistematicamente anche in passato.

  • 4 febbraio 2014 in 10:45
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    Bene Andrea. Scusa Davide se uso questo mezzo per salutare una persona che non vedo da sei anni. Ti aspetto al festival di Roma, così facciamo due chiacchere.

  • 4 febbraio 2014 in 11:31
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    Tranquillo Pino, questo è un luogo aperto anche alle rimpatriate. Anche se uan cosa del genere dalla de filippi darebbe una visibilità al nostro distillato non male

  • 5 febbraio 2014 in 14:00
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    Ho integrato l’informazione sul pot still, grazie mille per la segnalazione. Ho anche trovato una informazione riguardante una vertenza legale del 1909 che dà definitivamente torto agli irlandesi che osteggiavano il patent still. Per quel che riguarda l’introduzione dell’orzo non maltato non c’e’ una data ma “No one really knows when the practice by Irish distillers of adding unmalted barley to the mashbill originated, but the imposition of a series of malt taxes by the English throughout the 18th century certainly would suggest that inventive Irish distillers sought ways to avoid paying tax on malt – enter Pot Still Irish Whiskey. Surprisingly and somewhat by accident, the Irish distillers discovered that the addition of ‘green’ barley resulted in a particularly pleasant tasting whiskey – full of flavour and with a distinctively creamy mouthfeel”

  • 5 febbraio 2014 in 21:15
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    Sempre a proposito di whiskey irlandese, mi è recentemente capitato fra le mani un mio vecchio appunto di una quindicina di anni fa, redatto in base ad una fonte che al momento non sono in grado di ricordare.
    Riguarda la questione se il whiskey irlandese del XIX secolo fosse o meno prodotto con l’utilizzo di torba per essiccare il malto, e recita:
    “”” Il chimico irlandese Michael Donovan nel suo volume “Domestic Economy” pubblicato nel 1830 scriveva “”Irish whiskey peculiar flavour is supposed to be caused by the practice of drying the malt from which it is made by turf””. Turf è sinonimo di peat, torba”””

    Quanto sopra nel caso possa essere di qualche interesse….

  • 6 febbraio 2014 in 09:01
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    Circa l’introduzione dell’orzo non maltato (che a mio parere è la principale differenza con lo scotch dal momento che la tripla avveniva anche in Scozia), secondo Michael Jackson è accaduta intorno al 1835/1840. Sempre secondo M.J. gli irlandesi sono stati fedeli fino ad un certo punto alla loro miscela orzo/malto (nella quale, ricordo, il malto oscilla dal 20 al 40%). Successivamente : “osservarono che la pienezza dei loro whiskey riduceva le esportazioni e decisero perciò di usare una certa percentuale di distillato di cereali per rassicurare i timorosi palati stranieri. Oggi le marche più famose di whiskey irlandese contengono tutte una percentuale di distillato di cereali, tanto per il mercato interno, quanto per il mercato estero. Comunque rimane il fatto che il whiskey irlandese può contenere un distillato di malto, uno di orzo e una terza parte fatta di distillato di cereali. Dei tre, il distillato di orzo è l’ossatura e conferisce la caratteristica più saliente a molti whisky irlandesi. Nel passato si usava anche una piccolissima percentuale di avena e, talvolta, si fece ricorso anche alla segale.”

    Andrea, li hai ancora tutti quei whisky o te li sei bevuti?

  • 6 febbraio 2014 in 09:16
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    Io lo ridico, rimane valido il fatto che se uno qualsiasi di voi volesse scrivere qualcosa, questo spazio è a disposizione. Siete troppo bravi per relegarvi nei commenti (per quanto io credo siano il vero valore di un blog).

  • 6 febbraio 2014 in 09:41
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    Per quel che mi riguarda ho un enorme difetto : sono troppo perfezionista, non mi lascio andare e finisce sempre che non scrivo nulla. Forse quel bolognese di Andrea che qui sta giocando a fare il basso profilo ma ne sa una più del diavolo!

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