Della (non) necessità di dare un punteggio

Mutley-Medal01Da diverso tempo discutevo con Pino Perrone (Spirit of Scotland) riguardo ai “voti” dati ai whisky da vari blogger e opinon leader (opinion Lidl direbbe qualcuno). L’ultimo “dibattito” a Parigi ha fatto convogliare il suo pensiero in un articolo che vi riporto in maniera integrale (ma che trovate anche sul blog di Sos) che ho letto in anteprima e che mi ha concesso gentilmente di ripubblicare.

Anticamente, nel periodo dei latini, prima che prevalse l’uso di votare tramite una scheda, il segretario dello scrutinio domandava a ogni elettore la sua preferenza e quindi segnava i voti che man mano erano dichiarati, segnando un punto su una tavoletta incerata recante le iniziali del candidato. Da ciò deriva l’espressione di “portare tutti i punti” cioè essere eletto a pieni voti. Pertanto si trattava di un suffragio per un’elezione e perciò richiesta. Dunque la parola “punto” deriva dal simbolo ortografico, il quale, a volte, può anche essere pericoloso. Intorno al 1500 l’abate Martino del monastero di Asello, in Toscana, volendo abbellire la sua abbazia decise di mettere un cartello di benvenuto sul portale della stessa. Vi era scritto : Porta patens esto. Nulli claudatur honesto e cioè “La porta resti aperta. Non resti chiusa a nessun uomo onesto” Chi la scrisse, però, sbagliò a mettere il punto inserendolo dopo il Nulli. Pertanto la frase immediatamente cambiò significato in “La porta non resti aperta per nessuno. Sia chiusa all’onesto”. La notizia giunse fino al Pontefice che privò l’abate dell’incarico, perse cioè la mantella. Da qui il detto “Per un punto Martino perse la cappa”.

Con il tempo il significato si è trasferito soprattutto a dare una valutazione e si sono scelte varie scale su cui basarsi. La più usata è certamente quella in centesimi, per quel potere affascinante e divinatorio che ha il numero cento.  Infatti, esso è un numero da sempre legato alla divinità. Rappresenterebbe Dio. Già i Pitagorici ritenevano che tale numero fosse divino giacché è il quadrato della cifra 10, considerato perfetto poiché è composto di 1, l’inizio di ogni cosa, e 0 il nulla. L’unione tra i due racchiudeva l’universo che, peraltro, secondo gli stessi, era composto di dieci pianeti. Ma anche la cabala ebraica lo considerava un numero divino. Corrispondeva alla lettera Q (in ebraico Qoph) che significava Santità nel senso di essere al di là del bene e del male. Con tali premesse è subito da pensare a una cosa: qualora non si resista proprio ad attribuire un punteggio, il 100 non dovrebbe mai essere utilizzato. E invece ciò accade.

Ora veniamo al dettaglio di quello che avviene nell’ambito delle degustazioni dei whisky, ma lo stesso si potrebbe dire per il vino, la birra e quant’altro. Come qualcuno già sa, personalmente non leggo le note di degustazione che sono pubblicate, neppure quelle delle voci più autorevoli del settore, perlomeno in maniera sistematica e continuata. Faccio una sola eccezione per ciò che scrivono due ragazzi di Milano, tremendamente simpatici, solo per la forma retorica del linguaggio che adoperano che mi piace moltissimo e mi diverte ancor più, non per le valutazioni che a volte non condivido neppure. Questo non significa che non sia attento a ciò che avviene in giro.

Il sottoscritto, da sempre, non avverte alcuna necessità a dover attribuire un punteggio a chicchessia e onestamente non m’interessa capire ciò che spinge qualcuno invece a farlo, soprattutto quando non si è chiamati a doverlo fare. A questo potrebbero dare una risposta gli psicologi e non io. E anche i sociologi, aggiungo. Personalmente ritengo responsabile di questa deriva, il propagarsi in maniera esponenziale di programmi televisivi, dove si è giudicati. I giudici sembrano dei carnefici e a qualcuno piacerebbe essere al loro posto. Molto spesso, però, ci si dimentica che dietro un prodotto degustato ci sono delle persone che lavorano e che hanno impegnato il loro tempo e il loro denaro per realizzare quanto si è assaggiato. Una stroncatura potrebbe essere umiliante ed esiziale. Provate a mettervi nei loro panni pensando al lavoro che quotidianamente svolgete. Ritengo, pertanto, che bisognerebbe porsi in maniera più umile di fronte a qualsiasi valutazione. E’ questo vale per chiunque si cimenti, sia per i degustatori esperti sia per i novizi, ma con una sostanziale differenza, che i primi probabilmente sanno quello che fanno. L’esperienza è alla base di ogni giudizio. In genere sono i professori che danno una valutazione agli alunni e non viceversa. Tuttavia capita di leggere di opinioni date con estrema leggerezza e alla fine si scopre che il degustatore ha un bagaglio di qualche decina di assaggi. Bisogna, dunque, stare molto attenti a formulare un giudizio senza l’esperienza occorsa. Onestamente dopo quasi duemila degustazioni di whisky e oltre dodicimila vini testati, non mi sento ancora pronto per dare un punteggio e soprattutto non lo voglio fare. Quando si fa una valutazione, siamo strettamente legati al momento storico in cui è fatta. All’esperienza maturata fino a quel periodo. Ma la stessa si accresce di giorno in giorno. Ricordo ancora i miei inizi: ero entusiasta per ogni cosa. Per fortuna non c’è traccia di ciò sul web, altrimenti ora sarei deriso per un’esaltazione eccessiva su prodotti, tutto sommato, discreti. Ma questo ci sta, l’importante è, però, non prendersi troppo sul serio. Inoltre, molto spesso, ignoriamo i condizionamenti esterni subiti. La degustazione, e dunque il relativo punteggio conseguito, può essere influenzata dal nostro stato d’animo, dalle nostre condizioni fisiche, dalla temperatura di servizio, dalla pressione atmosferica, dall’umidità presente nell’ambiente, dalla temperatura esterna, dalla stagione, dal tipo di bicchiere adoperato, dalla quantità di ossigeno presente nella stanza (chiedete ai produttori di vino cosa ne pensano delle degustazioni in sale affollate), da cosa si sia mangiato prima, senza poi considerare le anosmie e le anosmie specifiche di certe persone. Sapevate, inoltre, che in base alla concentrazione delle papille linguali presenti, si sono individuate tre fasce di persone, i non gustatori, i gustatori normali e i grandi gustatori, i cosi detti supertaster? E che questi ultimi sono solo un quarto della popolazione? Oltretutto, così come con il tempo cala l’udito e la vista, anche il gusto si deteriora. E che i miglior palati sono le donne? E’ che il gusto è condizionato dalla cultura? Avete presente il garum o la posca, agli antichi romani piacevano. Sfido qualcuno a dire che gradisca una bevanda composta di acqua e aceto come la posca (meglio di no, qualche matto in giro lo troverei). E infine, credete veramente nell’obiettività dell’essere umano? Io no. Solo il primo a non esserlo. Si cerca di tendere a essere senza pregiudizi ma non si potrà mai essere completamente obiettivi. Faccio sempre l’esempio di un integralista religioso che si trova di fronte a dare un parere a un prodotto con in etichetta una scritta che offenda il proprio credo. Sarà alla fine obiettivo? Lo so, è un’estremizzazione, ma solo estremizzando ci si avvicina alla verità (diceva il grande Thomas Bernhard). E poi possono scattare anche condizionamenti di natura strettamente personale. Mi ricordo ancora che quindici anni fa, stavo frequentando il corso di sommelier, con un mio amico andammo a casa di un rappresentante per fare un acquisto diretto di vino. Per la verità egli non avrebbe potuto vendere a dei privati, tuttavia i nostri acquisti non erano banali e avevamo una partita iva. Ora, per un motivo che non ricordo, al mio amico era completamente sprofondata la stima per questa persona e uscendo dalla sua casa mi fece notare con disprezzo che questi ci aveva ricevuto indossando delle pantofole. Incredulo gli domandai “Non ti avrà mica seccato una cosa del genere? Io lo faccio spesso” E lui mi rispose che quando ti crolla una persona, ti danno fastidio anche piccoli dettagli. La cosa mi fece riflettere. All’epoca mi dissi “ah io non sono di certo, così”. Ora non ne sono più convinto. Alla luce di tanti possibili condizionamenti, come si può dare allora un punteggio e restare sereni? E a nulla valgono, a mio parere, le formulette scritte dai degustatori, peraltro tutte molto simili fra loro, dove si comunicano ovvietà del tipo che i giudizi espressi sono puramente personali e opinabili e che non s’intende influenzare nessuno con quanto espresso. Il problema è che, invece, chi legge può essere condizionato e qualcuno lo è. Esperienza diretta d’esercente, ve lo garantisco. Ho letto addirittura di un punteggio correlato al costo della bottiglia del tipo, avremmo dato un voto superiore se fosse costato di meno. Beh, questo davvero lo ritengo proprio inaccettabile. Vorrei tanto sapere se codesti degustatori applicano lo stesso principio anche altrove. “Molto bello l’ultimo libro di Jonathan Franzen, gli avremmo dato più dei 90 punti ottenuti se fosse costato di meno.” Suvvia, siamo seri. Sono sempre stato e sempre sarò un progressista e perciò devoto ai valori della più totale democrazia. Sono, però, votato anche ai due santi di nome umiltà e responsabilità, cui tutti dovrebbero ispirarsi.

Invito pertanto tutti quanti a una riflessione in merito, onde evitare la fine di Martino, considerando che si può tranquillamente formulare un’opinione, se si sente la necessità di farlo, senza scomodare un punteggio e che, come dicevano i latini, verba volant, scripta (e in questo caso numerus) manent.

Termino questo sfogo con una delle più belle battute sentite negli ultimi tempi. Avendo comunicato anzi tempo la volontà di redigere uno scritto su quest’argomento a Davide Terziotti, egli approvando l’intento mi disse : se lo scrivi ti do un 90! Beh, dieci punti sotto il Divino, non mi posso lamentare.

Pino Perrone

Carne al fuoco Pino ne ha messa, carne di blogger mi verrebbe da dire, ma non solo, visto che anche scrittori nati nel periodo “cartaceo” si sono cimentati nell’arte del “rating”. Cerco di aggiungere il mio punto di vista non richiesto in poche parole.

Detto che:

  • sono sostanzialmente d’accordo con Pino e personalmente do punteggi solamente all’interno di panel, che hanno appunto lo scopo di appianare e smussare le controindicazioni legate a soggettività, condizioni fisiche, esperienza ecc.
  • in linea di principio nemmeno io leggo i punteggi, se non molto di rado, perché ho una autostima smisurata che mi porta a pensare spesso che l’unico giudizio che conti sia il mio.
  • chi vende i prodotti ben recensiti fa benissimo a usarli come arma di promozione perché è ovvio che le ottime recensioni fanno piacere

Penso anche, da convinto sostenitore del Web, che il problema sia spesso più il senso critico di chi legge che non l’autorevolezza di chi scrive. Tra l’altro il Web 2.0 dà la possibilità anche di commentare e confutare il rater di turno, mettendolo anche in difficoltà, soprattutto se questi è permaloso. Spezzo anche una lancia a favore dei “rater” di gruppo, in fondo lo vedo come un gioco e se questo fa aumentare entusiasmo e conoscenza e l’amore per questa bevanda per quel che mi riguarda potrei perdonare anche un 90 dato a una distilleria gallese a caso. Ritengo anche che il tono e il linguaggio usato sia importante per non apparire, come dice un grandissimo del whisky, come “tutti professori”.

D’altro canto se i criteri di giudizio sono chiari e ben spiegati, il punteggio può avere anche un senso. Potrei, per assurdo, dare 100 ai soli whisky che hanno il colore del serbatoio della mia moto di cui sono follemente innamorato (nel mio caso dovrei trovare dei grigi antracite, che dubito portino a sostanze potabili), basta che io lo spieghi chiaramente. Il problema è che il web è uno strumento veloce e anche la lettura lo è, spesso si va a vedere solo il voto finale senza analizzare né i criteri né magari il tipo di “linea editoriale” di chi compila “la scheda”.

Il prossimo passo sono i 90 punti di sutura che dovranno applicare a Pino e a me, presi di sorpresa dal NCWR (nucleo combattente whisky rater), a una delle prossime manifestazioni pubbliche.

 

28 pensieri riguardo “Della (non) necessità di dare un punteggio

  • 8 ottobre 2014 in 21:11
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    Ciao Fede. Naturalmente sono seriamente interessato alle cose sulle quali sei in disaccordo. Avevo letto l’articolo in questione e, se non ricordo male, si fa riferimento ai descrittori. Non mi sembra si parli di punteggio. Ma forse mi sbaglio. Approffito dell’occasione per precisare alcune cose. Come Terziott sà, l’articolo è stato scritto di getto ieri mattina. Ho conciliato le varie cose che mi erano passate in mente nei giorni precedenti e le ho trascritte. Qualcuno, scherzando ma fino a un certo punto, mi ha detto che l’ha trovato troppo lungo. In verità la concitazione mi ha fatto dimenticare di dire alcune cose. Una tra queste è che altrove, vedasi Slow Food, questo argomento è stato già risolto da qualche anno, non solo non fornendo alcun punteggio ai vini presentati, ma anche non indicando alcun giudizio di merito e limitandosi a descrivere cosa si è assaggiato. Ecco, quest’atteggiamento lo ritengo saggio. E stiamo parlando di degustatori tutti esperti, eccezion fatta per Claudio Riva, dunque un criterio che merita attenzione(Claudio scherzo. Hai fin troppi problemi per arrabbiarti con me).Ad ogni modo il tono volutamente provocatorio era mirato a scatenare una discussione e non a offendere alcuno. Sono anche stato invitato a specificare una cosa che ritenevo chiara e ovvia : non mi riferivo ai blogger italiani ma a tutti quanti (inclusi gli italiani). Ripeto non credo all’obiettività dell’essere umano, sopratutto quando è da solo. Troppo influenzabile, anche quando è in buona fede. Viene influenzato e non lo sa neppure, a volte. Su i rater di gruppo il discorso cambia decisamente. Con opinioni differenti si riesce a mediare le disparità. A volte, però, se si ha l’occasione di poter vedere le singole valutazioni, ci sarebbe da ridere. Alcuni danno 78, altri 92. Pensate se ognuno di loro avesse avuto un blog proprio.
    Pertanto sottoscrivo ciò che ha scritto Davide, eccetto per una cosa. Non sono d’accordo che ognuno possa stabilire il personale metodo di valutazione, purchè sia chiaro e palese. Sono convinto che, se proprio si dovesse dare una valutazione, il criterio dovrebbe essere unico e uguale per tutti.Semmai il nostro compito sarebbe quello di trovare quello più giusto. Altrimenti a cosa servi i corsi, tipo quello da sommelier che ti insegnano appunto un metodo? Infine vorrei dire che non mi offendo se sono stato soprannominato in un certo modo, associandomi a una certa persona (non so ancora da chi, ma a forza di dram di Brora cederà), anche se, è evidente, che abbiamo due stili in antitesi.

  • 9 ottobre 2014 in 05:58
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    Sapete già come la penso in merito al rating, avete già ben scritto voi.
    Tutto quello che facciamo in questi mondi paralleli è da classificare sotto la categoria “Emozioni”. Nessuno di noi assaggia, degusta, beve per istinto di sopravvivenza, per bisogno di alimentazione, ma lo fa per vivere e condividere delle passioni, dei sentimenti; talvolta delle incazzature (altrimenti non si spiegherebbe l’esistenza di così tanti Interisti).
    Pino, io mai mi vergognerei di raccontare quello che ho vissuto nei miei inizi, l’ “entusiasmo per ogni cosa” come lo definisci tu, quel cieco sentimento che mi faceva vedere tutto dilatato, quella fiamma incontrollabile di passione.
    Pagherei per poter rivivere anche una sola volta le emozioni che ho vissuto la prima volta che sono stato su Islay, la incontrollabile frenesia che mi portava a desiderare di vedere, toccare, parlare, quella piacevole droga che alterava e amplificava le percezioni. Ero più sincero allora di oggi, credimi, 15 anni di passione per il mondo del whisky ti portano tanta “esperienza” ed è lo stare soggiogato a questo macigno che uccide le “emozioni”. E quando le emozioni mancano si perde tutto.
    Contestualizzando direi “stay thirsty, stay foolish” 😉

  • 9 ottobre 2014 in 06:25
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    Lo sapevo che eri un sentimentalone. Per questo mi piaci. Se non subissi delle multe ti farei il gesto del violino!

  • 9 ottobre 2014 in 07:43
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    Per favore non cercate il trucchetto di parlare di calcio per alzare i toni e trovare lo scontro, che finora non c’é. Sembra che i ggiovani se la stiano godendo, magari sorseggiando Brora e flirtando con avvenenti ragazze mentre i vecchi si dividano tra tromboni (Pino ed io) e sentimentaloni rammolliti (Claudio).
    Fede, da salva tu la discussione, sii contundente.

  • 9 ottobre 2014 in 07:58
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    Nessuno cerca lo scontro. Ci mancherebbe. Ma sembra che qualcuno si sia sentito preso in causa replicando, senza specificare l’unico motivo per cui, semmai, venivano anonimamente citati.
    Honi soit qui mal y pense !

  • 9 ottobre 2014 in 09:42
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    Chapeau per la citazione di Thomas Bernhard.

  • 9 ottobre 2014 in 10:32
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    Pino, per quel che riguarda il discorso dei metodi di valutazione “personali” VS “metodo”. Ritengo utopico ritrovarsi in un metro di giudizio univoco e, come hai detto tu, la soggettività comunque la fa da padrone. Non è un caso che spesso nelle gare alla cieca o vincano prodotti “perfettini” o “estremi”. Nelle birre, per fare riferimento a qualcosa che conosci altrettanto bene, se non si facesse riferimento allo stile (tradizione) come potresti valutare i profumi di un lambic? E nel whisky il famoso farmy dei Brora come puoi oggettivarlo in una scheda se non sai la storia di Brora? Penso che l’unico fattore piuttosto oggettivo nella degustazione sia forse l’armonia tra visivo/olfattivo/gustativo.
    E qua torniamo al punto, se ci fosse un criterio oggettivo avremmo prodotti tutti uguali e senza emozione, proprio come nell’industria.

  • 9 ottobre 2014 in 15:40
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    Caro Davide. Sono Talmente d’aaccordo con te che sono contrario alle degustazione cieche

  • 9 ottobre 2014 in 19:16
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    Buoni ultimi, ma cattivi primi della classe, ci sfiliamo la lancia dal costato e proviamo a fare ordine tra i nostri pensieri, annebbiati da fiumi di Brora e orde di “avvenenti ragazze” (sì non paghiamo né il Brora né le ragazze, chi ci crederebbe mai?).
    Anzitutto i punti su cui siamo in accordo con Pino: il rating è un atto d’imperio, compiuto da noi eletti da noi ad eleggere il meglio e il peggio di quanto assaggiamo (questo ci risulta particolarmente penoso di fronte a grandi malti, magari del passato, di cui abbiamo assaggiato una o due espressioni e su cui ci costringiamo comunque a sindacare).
    E ancora siamo d’accordo con PP sul rischio sempre in agguato di mancare di rispetto (di danneggiare seriamente le vendite francamente no – quanti in Italia veramente subordinano l’acquisto di una bottiglia di whisky unicamente a una nostra “stroncatura” o meno? Pochi, pochissimi crediamo, almeno da sobri) verso il lavoro dei professionisti dell’industria, produttori ma anche distributori e venditori finali. Per ovviare a eventuali intemperanze dialettiche tuttavia esiste un confine giuridico tra l’opinione e la diffamazione, una linea che in ogni campo (dalla recensione dell’ultimo Winner Taco fino all’idea che si ha di un Dio incarnato) si può sempre decidere- Dio, ma anche l’Algida, ce ne scampi- di misurare di fronte alle Autorità.
    Ora veniamo al punto centrale, l’obiezione, che è in realtà una domanda (perdipiù retorica, che furbacchioni siamo!): esiste forse un’altra via, diversa da quella del formato “recensione con rating finale” per tenere un sito che cataloghi le impressioni sul whisky, che permetta di avere una seppur minima platea e quindi una pur minima arena virtuale dove confrontarsi e, infine, fare rumore sui vari imbottigliamenti, ‘fare sistema’ e in qualche modo promuovere dal di fuori il mondo-whisky? In effetti, no. Ecco che allora la scelta, per certi versi- ci ripetiamo- odiosa ed elitaria, d’assegnare un voto, di marcare dei punti, dei “segni”, è in definitiva l’unico modo per lasciare un segno. Diventerebbe in fondo molto difficile, con i soli strumenti della lingua, stabilire delle gerarchie di gradimento su centinaia di prodotti, di cui alcuni obiettivamente molto simili; e rendere la cosa, in qualche modo, intersoggettiva e confrontabile. Poi per carità, nell’intersoggettività vi sono delle storture e dei rischi inevitabili: sta poi all’utente, al lettore, stabilire cosa e chi leggere, come confrontare le opinioni altrui con le proprie, siano esse numeriche o meno.
    L’alternativa, per noi che non siamo operatori professionisti del whisky, sarebbe bere e poi struggerci poiché costretti tra le quattro mura delle nostre soggettività. Qui un’ultima osservazione: a nulla valgono le formulette sulla soggettività (per altro nel nostro caso frutto di due soggetti diversi che mediano e raggiungono una personalissima oggettività), se erette come excusationes non petitae su eventuali abbagli o discordanze di vedute; ma d’altro canto la coscienza di questo miserrimo stato dell’uomo potrebbe forse ridurlo al silenzio, alla paralisi?
    E poi sì, forse coi voti si sbaglia, la si fa fuori dal vasino per amor proprio e hybris, ma anche per amore del whisky. E qui viene l’autoassoluzione, ma forse anche la tua. Ripetilo Pino, che “siamo la tua unica eccezione”, che siamo per te “tremendamente simpatici”!
    Tolto il blog coi suoi voti, ci conosceremmo noi? Sarebbe un peccato, se non fosse così.

  • 9 ottobre 2014 in 22:42
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    E poi dite che non ho ragione a leggere solo loro. Ma dove li trovate due sul web che per dare le loro giustificazioni, sebbene tutte erronee. ti citano Aristotele? E dire che proprio non ci voleva per il mio leggero mal di testa, il leggere codesta pseudo criptica risposta, causa una giornata impegnativa e nella quale ho anche bevuto troppo. Una di queste goliardie è stato un Glenlivet 1906 accusato indegnamente di essere un fake, che gentilmente Max Righi mi ha portato a far assaggiare. A tal proposito la prossima mia sortita riguarderà proprio questo whisky con tanto di scheda tecnica finale, contenti? Ma senza voto.Bene Easy Boys, veniamo al sodo e cominciamo dalla fine.
    Non me ne voglia Giacomo, ma ho conosciuto prima Jacopo, il frontman di questo duo poetico meneghino. Gli ricordo quando e dove. MWF 2012. Whiskyfacile non sapevo neanche cosa fosse. Codesto barbuto giovine mi si avvicinò mentre stavo parlando con il sig. Nonricordochi mentre appuntavo su un blocnotes i whisky che man mano assaggiavo. Sostenni, cosa vera peraltro, d’aver delle agende laddove venivano trascritte tutte le cose che gustavo. Pratica che pratico dal 1997. Mi chiese se annotassi le note degustative, pratica che non pratico. Al mio diniego, mi disse che trascrivere solo le generalità del distillato senza annotare le percezioni, non aveva senso. Registrai ma non risposi.
    Imparerà, mi dissi, che l’evoluzione in un bicchiere che ha il liquido odoroso (cito l’amico Sandro Sangiorgi) è talmente incredibile e sfaccettata, da non poter essere costipata in un momento di breve durata. Ricordo ciò che mi disse una volta Angelo Matteucci. Le schede tecniche del whisky le faceva il giorno dopo. Anche Silvano (Samaroli) durante il festival di Roma di quest’anno, nella masterclass a lui dedicata, esordì con un pensiero. Avremmo dovuto assaggiare un solo whisky e per ore per goderne appieno e comprenderlo totalmente. Queste cose, peraltro, le conoscevo di già provenendo dal mondo del vino. Anche con Davide scambiammo qualche opinione in merito alla ns. partecipazione da giudici a Roma nel 2013. Attribuimmo una parte del punteggio agli aromi del giorno dopo. (ebbene si, in quel caso ho votato, ma era richiesto dal regolamento). Così conobbi un Facile. Non fu merito del blog.Veniamo al punto centrale della domanda perdipiù retorica se esista altra via diversa da quella del formato recensione con rating finale. Certo che esiste. Come ho scritto poco sopra Slow Food ne ha fatto una guida. O considerate tali soggetti degli inetti ? Pertanto continuate pure a fare ciò che volete, oltretutto non cesserò di leggerVi, ma non trovate delle scuse. Cosa significa poi, aver una benchè minima platea,vi preoccupa così tanto averne una? Spero di no. Il confronto è tutt’altra cosa che cavalcare un palcoscenico per meritarsi un applauso. Sapevo con il mio intervento di scatenare un vespaio. Sono due giorni che ricevo sms. In gran parte era cercato. Ciò che non mi aspettavo è che ognuno si è sentito tirato in ballo. Io ho fatto un discorso G E N E R A L E.
    Già poco fa ho scritto che hony soit qui mal y pense.
    Lo ripeto ai Facili. Chi vi ha mai accusati di danneggiare le vendite? Ma permettetemi di dire che un conto è dire che “questo whisky non ci è piaciuto perchè non appartiene al nostro profilo aromatico di riferimento” (a proposito, io non ho profili aromatici di riferimento) e altro è sostenere, come ho letto altrove, “sconsigliamo l’acquisto”. Non vi sembra una ragione sufficiente a richiamare il senso di umiltà e responsabilità a cui facevo riferimento? Detto ciò chiudo dicendo che, naturalmente ognuno è libero di pensare di poterne fare a meno, consiglio a chi si cimenta in tali operazioni di scrittura di frequentare un corso da sommelier che, per quel che mi riguarda, a suo tempo, rimise tutto in discussione.

  • 9 ottobre 2014 in 22:52
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    Ringrazio Hal9000 per i complimenti. Devi sapere che se il mio sedicente sedicenne si chiama Thomas è per questo motivo. Sono totalmente devoto a tale scrittore. Ho lavorato per cinque anni per una agenzia Einaudi dal 1996 al 2000, ma la titolare era scontenta di me perchè vendevo solo Thomas Bernhard e Agota Kristof.
    E per aver detto una volta : se questo è un uovo.

  • 10 ottobre 2014 in 09:44
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    Grazie a te, Pino, non ho la tua esperienza ma di Thomas Bernhard tre romanzi li ho letti, e vedendolo citato mi ha fatto molto piacere.

    Luca

  • 10 ottobre 2014 in 10:09
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    Se adesso scrivo questa cosa Davide (che oggi non ho ancora sentito, strano) dirà che me la tiro. Io ne ho letti venticinque.

  • 10 ottobre 2014 in 12:13
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    Io so che posso lasciarvi le chiavi di casa e ritrovarla in ordine. Non voglio interrompere questo scambio di alta cultura con frivolezze. Io una volta ero forte solo su Stefano Benni, voi siete più colti. Ma ho letto Don Quixote

  • 10 ottobre 2014 in 12:28
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    Vista la tua presentazione sull’argomento, non avevo dubbi, anche se venticinque sono veramente tanti.
    Il Don Chisciotte l’ho terminato qualche mese fa. Grazie Davide, per l’ospitalità.

  • 10 ottobre 2014 in 12:43
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    E hai fatto benissimo, mio caro amico Davide, a leggere le gesta del Manchego. E’ il libro dei libri (più dell Bibbia per me).
    P.S. : Niente, non ce l’ho fatta neppure stavolta. I Facili non si sono arrabbiati. Avrò quei dannati samples!

  • 12 ottobre 2014 in 18:42
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    Francesco per tutti Saverio per molti; da oltre 30 anni appassionato di whisky e da circa una diecina Socio nella Samaroli per cui per alcuni potrei essere “di parte”.
    Chi mi conocce bene, sà altrettanto bene che queso rischio non c’è!
    Fatta questa doverosa premessa, mi permetto di farne una seconda.
    Nel lontano Marzo 1984 mi laureavo in Scienze dell’Informazione (universalmente “Informatica”) con una tesi intitolata “Un approccio strutturale alla semantica del linguaggio naturale”.
    Nel preparare quella tesi ho avuto il piacere di approfondire in particolare i lavori di Benveniste e Chomsky sul “processo di sviluppo della conoscenza”.
    Cosa c’entra quessto con l’articolo di Pino? Arrivo al punto.
    C’entra perchè credo sia inconfutabile che tutto ciò che facciamo, diciamo, scriviamo, comunichiamo non può che essee frutto della “conoscenza” da noi accumulata fino a quel preciso momento.
    Quante volte abbiamo detto “la pizza più buona mai mangiata”; sarà tale fino alla prossima ancora un pò più buona che ci farà “resettare” il nostro metro di giudizio.
    E’ per questo che sono d’accordissimo con Pino; perchè ciò che facciamo è funzione della nostra “esperienza”.
    Esperienza che un attimo dopo si accrescerà con una nuova informaszione o un nuovo dato.
    Non voglio dilungarmi ma credo interessante condividere una mia esperienza di vita vissuta: tanto tempo fa decisi di collezionare su una mensola le 10 bottiglie di vino “migliori” che avessi mai bevuto. Un bel giorno ne bevvi una che sarebbe stata meritevole di entrare nel “club” ma sarebbe stata l’undicesima sulla mia mensola. Che fare? Non riuscivo a individuarne nessuna tra le 10 che meritasse di “passare a miglior vita”; risolsi il problema staccando le etichette e lasciando sulla mensola una bottiglia per ogni forma diversa e così una anonima bordolese mi ricorda un Monfortino ’85 ma anche un La Tour ’61 così come un Lafitte anchesso del mio millesimo (’61 appunto “ahimè” o “che fortuna” fate Voi). Quando ho avuto la fortuna di bere quei prodotti ho capito che mai e poi mai avrei avuto l’esperienza per permettermi di “giudicare” il lavoro, la passione, la dedizione altrui che aveva portato i vari produttori a donarmi (donarci) un pezzettino del loro cuore sigillandolo nella bottiglia.
    Ringrazio chi ha avuto la pazienza di arrivare fin qui e buon cicchetto a tutti

  • 12 ottobre 2014 in 19:32
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    Grazie per il supporto e beato a te Francesco che sei nato nel 1961, che per la Francia fù un’annata eccezionale. Con il mio 1964 potrei bere oltralpe solo dei vini discreti, molto meglio rimanere in zona barolo.

  • 13 ottobre 2014 in 08:49
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    Francesco, quale piacere leggere un tuo commento. Primo perché pure io ho preso la tua stessa laurea (e capite ora bene perché quando mi danno dell’ingegnere mi arrabbi), secondo perché anche io mi perdevo via per questi grandi pensatori e purtroppo quelle letture mi mancano, ora probabilmente non ci capirei nulla. Devo dire che queste discussioni, oltre che aiutare a bere qualcosa in più, stimolano molto la lettura e a riprendersi in mano magari il teorema di incompletezza di Godel.
    Mi immagino ora uno scontro con tanto di spada laser e il finale dove uno di noi dice ai rater “Io sono tuo padre”.

  • 13 ottobre 2014 in 13:03
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    Belli i tempi della spensierata giovinezza; come hai visto i miei occhi non hanno più la stessa freschezza e quindi grazie per le correzioni sui miei errori di battitura.
    A molti potrà sembrare poco calzante ma il Teorema della incompletezza come quello della calcolabilità (volgarmente detto della “coda di piccione”) molto avrebbero a che fare con il tema lanciato da Pino.
    Non sono sicuro di riuscire ad esprimerlo compiutamente ma ci provo comunque; il Teorema della calcolabilità in sintesi sostiene che tutto è calcolabile ma solo che per approssimazione accumulando informazioni su informazioni e tramite esse effettuare un progressivo avvicinamento alla soluzione del calcolo più complesso che l’Uomo possa immaginare.
    Il punto è proprio questo: l’approssimazione; i valori che vengono assegnati come giudizio sono per loro natura una approssimazione basata su tutte le infomazioni accumulate. Quindi se da un lato non mi peermetterei mai di “confutare” il diritto di alcuno nel poter esprimere il proprio pensiero dall’altro riterrei più elegante se fosse espresso nella forma di opinione; infatti il Giudice è una funzione eletta dalla Comunità al fine di garantirsi per quanto possibile un giudizio “al di la del bene e del male”.
    Chiudo anche stavolta con una citazione di vita vissuta: tempo fa un Cliente mi disse “… i distillati Samaroli non sono più come quelli di una volta.” Incassai e portai a casa; poi ci rimuginai sopra ed alla prima occasione in cui reincontrai il soggetto con garbo gli chiesi quanti Samaroli avesse avuto (spero) il piacere di degustare per poter formulare un tale “giudizio”. Un pò in difficoltà il soggetto mi disse che ne aveva assaggiati in tutto 3 e che in effetti forse non si era espresso correttamente!
    Evito qualsiasi commento ma aggiungo che passammo immediatamente a parlare del fatto che non esistono più le mezze stagioni!!!
    Spirito, filosofia, matematica teorica e letteratura … il tutto innaffiato da (si spera ottimo) whisky! A Voi
    Non ci provare non sono così avanti negli anni per essere tuo padre ed in ogni caso non ho eredità cui mirare.
    Un abbraccione

  • 13 ottobre 2014 in 14:05
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    S’imbottiglia ciò che si ha a disposizione, cercando di operare la miglior scelta possibile. Forse il discorso non è che i distillati di Samaroli non sono più quelli di una volta, ma non lo sono i single malt. E a ogni modo non è neppure vero completamente. A Parigi ho assaggiato almeno tre distillati vostri eccellenti.
    Ad ogni modo ricordati quando ti rivolgono una critica d’imputarla al tuo socio e al contrario di assumerti i meriti riconosciuti!

  • 13 ottobre 2014 in 14:53
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    OT: A dimostrazione che non ci sono più i SM di una volta, una delle cose eccellenti di Samaroli provate a Parigi era un blended. Tra l’altro questa cosa dell’omologazione è uno dei cavalli di battaglia di Silvano da diversi anni, non a caso racconta sempre di quando mandò il fax a Cadenhead perché non credevano volesse miscelare il Mortlach del ’58 (mi pare) con cose più giovani in quello che era la prima versione del No Age (Evolution).

  • 13 ottobre 2014 in 16:49
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    Non mi sembra tanto una risposta out topic, anzi piuttosto inerente. Mentre qualcun’altro continua a rispondere ot, ignorando il motivo per cui semmai dovrebbe replicare.

  • 27 ottobre 2014 in 18:26
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    Chiedo permesso per intromettermi nell’illuminante discussione; premetto però di parlare da ignorante, specialmente nel campo whisky.

    Concordo sul fatto che le condizioni della degustazione (esterne e soggettive) provocano nell’assaggiatore una variabilità di giudizio notevole.

    Ne ho fatto l’esperienza col tempo, e sono sempre più convinto che assegnare ad un distillato un punteggio quale che sia è un atto arbitrario e lontano dal metodo “scientifico”.

    Nondimeno, se i criteri stabiliti e l’esperienza del degustatore hanno una qualche solidità, si giunge ad un risultato orientativo, per quanto opinabile. La variabilità di giudizio di un degustatore allenato in tempi e condizioni esterne differenti è elevata; per farmi un’idea su un cognac, per esempio, lo provo a distanza di mesi più e più volte, e credetemi, ogni volta emerge qualcosa di diverso e inatteso.

    Nel campo dei distillati di vino – non so nel whisky – credo che il criterio più solido sia valutare l’equilibrio dell’acquavite (armonia olfattiva/gustativa); è chiaro che distillati invecchiati a lungo hanno molto più da dire che quelli giovani, e si porta inevitabilmente ad assegnare voti “migliori” ai primi. Solo la lunga esperienza può far capire se c’è “trippa”, difetto, o abbellimenti esterni (per esempio zuccheraggio) che ingannerebbero i giudizi di un ingenuo.

    Detto questo, il voto va preso con le pinze, e deve essere considerato uno dei parametri nel complesso della descrizione, non il metro assoluto con cui valutare la bontà della bottiglia, tanto più vero quanto più l’acquavite è giovane.

    Se si assegna un numero ad una bottiglia, è per una sorta di praticità sintetica, pregio che i descrittori lessicali non hanno.

    Ma alla fine, come in tutte le cose umane, la soggettività la fa da padrona: l’alcool non si può ridurre a matematica, con buona pace dell’avvocato Parker e dei polli che gli credono.

  • 28 ottobre 2014 in 11:29
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    Ciao “farmacista”, mi fa piacere che tu sia intervenuto ancora sulla questione. Sai bene che sul discorso armonia siamo allineati ed pensiamo che sia il fattore più oggettivo di una degustazione (e rivela agli attenti le sofisticazioni tipo sui rum scandenti). Sui distillati giovani vs maturi sono meno tranchant, almeno per quel che riguarda il whisky, ma vado fuori tema. Parker ha cavalcato con successo, il suo, l’onda dei tempi moderni.

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