The Great Single Malt Swindle – II: collezionismo e i malti sopravvalutati

E’ abbastanza frequente che, chi sa della mia malattia, mi chieda “ma ho visto una bottiglia a 1.500 euro, ma li vale?”.
La risposta secca sarebbe certamente negativa; nessuna bottiglia di whisky, o di qualsiasi altra bevanda alcolica, ha un valore del genere, figuriamoci superiore. E figuriamoci se ce l’ha quando è chiusa e non si può bere. Ma ovviamente sul discorso “valore” si può fare un sacco di filosofia, essendo una parola a cui ognuno dà, appunto, il valore che crede, oltre ad esserci la famosa mano invisibile del mercato. Il mio giudizio ovviamente si riferisce a una sorta di valore “intrinseco” del bene, rapportato ad altri da un punto di vista della “bontà”, sempre che ci sia un ordine di grandezza per definire una tale misura così personale. Ma, in parole spicciole, si tratterebbe di rapportare una bottiglia, diciamo di 100 euro per semplicità, e dire che quella da 1.500 è quindici volte più buona. Oppure, che quella da 1.500 euro racchiude una forza lavoro e delle materie prime tali da farla costare 15 volte di più. Il calciatore X che viene pagato 5 milioni di euro netti all’anno, produce cinquantamila volte più valore di uno che fa l’operaio e magari rischia pure la salute? Ma ovviamente c’è chi punterà il ditino e mi dirà: “è il mercato bellezza”. Senza scomodare l’etica, il capitale e la rivolta delle masse, Pino Perrone, nel suo trattato sul collezionismo, snocciola molto bene la questione, persino scagionando giustamente il commercio e il denaro, che a volte paiono demonizzati come in molti trattati filosofici medievali, soprattutto da chi parla bene e razzola male. Nel mio caso, finora, ho sempre comprato per me e non per rivendere, ma forse su qualche bottiglia che avevo acquisito a prezzo decente e per farmi una sana bevuta, comincio ad avere dei piccoli rimorsi e travagli interiori. Tonando all’articolo di Pino trovo centrale il suo discorso tra il collezionista che “ha assaggiato” e quello solo “guardone”, anche se so che molte persone hanno iniziato a collezionare perché affascinati dalle etichette e dalle bottiglie, come oggetti quasi esotici. E non trascuro, ad esempio seppure si tratti di eccezioni, come alcune collezioni abbiano un valore culturale nel loro complesso (non credo di esagerare), proprio per il fatto di essere “pubbliche”. Cito, ad esempio, la collezione di Valentino Zagatti (che in parte finirà in un museo, purtroppo non in Italia), come qualcosa che va ben oltre i singoli oggetti, ma come una sedimentazione di bottiglie e di una storia che Valentino racconta volentieri quando lo si passa a trovare; penso a quella di Mirko Casari (che non ho visto direttamente), dove sono conservate molte bottiglie di whisky italiano e che ci raccontano un fenomeno anche di costume; concludo col Bar Metro, vero e proprio museo del bar e delle bevande, e non solo del whisky, una sorta di storia del bar e del collezionismo di bevande. Ma sono certo eccezioni e sono un po’ forse la differenza tra avere una collezione nascosta in casa e un museo aperto al pubblico.  Quello che credo, al contrario di Pino, è che la passione non si uccida comunque. Come mi è capitato più volte di dire, il rincaro di certe bottiglie ci deve spingere a scoprire nuove distillerie e nuovi imbottigliatori indipendenti. Certo, citando due distillerie a me care, Clynelish e Balvenie, vedendo i prezzi della Special Releases e dei vari Tun, mi rammarico di non averne una bottiglia a casa da sorseggiare ma di poterli, forse, assaggiare, qua e là in giro per i festival. Essendo un bevitore tendenzialmente sociale, e un devoto del film Centochiodi, ho raggiunto da qualche anno la convinzione che il peggior whisky bevuto in buona compagnia sia meglio del miglior single malt bevuto a casa da soli (il che potrebbe sembrare anche una denuncia di poca autostima). Gli scozzesi dicono che il miglior whisky è quello per cui non devi tirare fuori nemmeno un penny, chissà se molti dei rating generosi che si leggono in giro non siano influenzati proprio da quello.

Ma è da chiedersi quanto del boom dei prezzi di alcuni distillerie, certo in parte dovuti a meccanismi del mercato dovuti alla “scarsità” del prodotto, siano dovuti a meccanismi di “hype” o di status symbol. Collezionare Picasso, avendo i soldi, son capaci tutti: il bravo collezionista anticipa i trend, non va al traino. I prezzi da capogiro non si vedono solo tra le distillerie chiuse (Brora, Port Ellen, Karuizawa) ma anche tra quelle vive e vegete che hanno usato il meccanismo del prezzo alto, pubblicizzato come sensazionale, apposta per promuoversi, per rilanciarsi (esempio Dalmore con la serie Constellation) o per tenere alta l’attenzione del brand offuscata da prodotti non proprio memorabili (Macallan). In molti casi l’acquirente non si è mai palesato e il sospetto che si tratti di un “autoacquisto” solo a scopo pubblicitario e mediatico è piuttosto fondato.

Il collezionismo va quindi valutato su un piano diverso dalla qualità del prodotto, vedi Macallan, oggetto del desiderio di moltissimi collezionisti ma con la nuova ondata di bottiglie che pare lontana parente di quelle mitiche di cui, per fortuna, qualcosa sono riuscito ad assaggiare. Ma il punto non è nemmeno questo di star li a sindacare certamente se valga la pena comprarli (avendone la possibilità). La categorie di persone che mi lasciano un po’ più perplesse sono quelle che più è costoso e più sbavano; più è costoso e più si indignano; più si indignano e più invocano la morale e la passione va a scemare. Pur vero che non vale solo per il whisky. Comunque se qualcuno lo vuole, avrei del Karuizawa da vendere, caro eh.

8 pensieri riguardo “The Great Single Malt Swindle – II: collezionismo e i malti sopravvalutati

  • 12 gennaio 2016 in 11:59
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    Condivido al 1000% quanto hai scritto Davide. Anche nel passo in cui scrivi che la passione non si uccida comunque. T’invito a rileggere articolo sul Collezionismo verso la fine dove scrivo che di cambiare passione non ci penso neppure. Piuttosto mi bevo in compagnia un Loch Lomond in un bicchiere di cartone di McDonald’s.

  • 12 gennaio 2016 in 12:26
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    Loch Lomond per me è sempre stata in lizza con Speyside Distillery come maglia nera.

  • 13 gennaio 2016 in 15:30
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    Articolo da applausi. 🙂

  • 14 gennaio 2016 in 15:20
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    beh se vogliamo mettere inserirei anche n loch dhu che in quanto a schifino li mette in fila tutti

  • 14 gennaio 2016 in 16:51
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    Si in effetti anche Mannochmore è in lizza. Grazie Max per averci ricordato questa perla nera.

  • 16 gennaio 2016 in 22:49
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    Il collezionismo ha luce ed ombra, si sa.

    a) conserva lontano da noi, che le svuoteremmo, bottiglie per le future generazioni
    b) provoca inevitabilmente il fenomeno della “rarità” ed il conseguente aumento dei prezzi

    Sono d’accordo con Davide che è difficile attribuire prezzi da favola a qualcosa che in fondo è solo whisky, e magari solo 12yo.
    Se fosse come per certi cognac, con invecchiamenti da Matusalemme, chessò, 55yo, o con blend con cognac pre-fillossera ottocenteschi, ecc. allora ci sarebbe anche un “valore percepito” ed una giustificazione teorica al prezzo a 3 zeri.
    Ma nel whisky non c’è. E’ solo una domanda elevata (perchè a tanti è noto) di un bene per qualche motivo scarso.

    Il bevitore appassionato giustamente si guarda in giro, e cerca altre valide opportunità a prezzo umano, che la massa ignora. E mette in moto il meccanismo che domani le farà diventare “rarità”. Oppure queste restano di nicchia, e se le godono gli happy few. Ma oggi con internet ed i whisky blogger, è difficile che una buona bottiglia resti orfana e col tappo.

    Chi non giustifico, mai, sono i “necrofili della bottiglia”, quelli che comprano per un valore attribuito all’oggetto e non al contenuto: perverso meccanismo anglosassone, che ha il suo più alto esempio (e scempio) nel collezionismo di Bordeaux.
    Esistono aste, borse e mercanti che si accaparrano e fanno girare casse e casse di vino, custodite nei caveau come gioielli, e che non sapranno mai nemmeno l’odore dei loro Petrus, Margaux, eccetera.
    Andrebbero affogati nel tavernello (o col vostro Loch-qualcosa). Purtroppo è il mercato, bellezze.
    Noi ci beviamo sopra (di-vinamente, alla loro facciazza)!

  • 18 gennaio 2016 in 09:58
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    Guarda anche nel whisky ci sono casi di roba di 50 anni (magari una botte sola, quindi ancora più rari), in quel caso ci può stare una valutazione molto elevata. Credo che quando il cognac era di moda ci fossero cose del genere, qua oramai però siamo alla patologia.

  • 26 marzo 2016 in 11:06
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    Cribbio! Ieri l’altro ci hanno chiesto e venduto un Loch Lomond

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