Tequila, la città che si specchia nella sua bevanda

Sono poche le volte che mi entusiasmo e spesso succede quando mi trovo davanti a cose che sono totalmente diverse da come me le aspetto o da come me le descrivono. L’esperienza nel territorio del Tequila ricade in questa categoria, un luogo sorprendente e così strettamente connesso alla propria bevanda da seguirne l’andamento in modo simbiotico. Il successo di un prodotto legato a una denominazione di origine non si può misurare solo in termini di fatturato e di produzione ma anche  in base a quello che lascia sul territorio. La crescita vertiginosa del mercato, e il conseguente interessamento di grossi gruppi internazionali, cito Diageo, Brown-Forman, Pernod-Ricard e Beam Suntory, tutti con uno o più marchi di tequila in portafoglio, alcuni pagati anche a caro prezzo se pensiamo a Diageo che ha ceduto Bushmill a Jose Cuervo in cambio di Don Julio, hanno anche lasciato segni tangibili e visibili in nella cittadina omonima. A Tequila si possono vedere tanti cantieri e si può apprezzare una stato di salute delle costruzioni e delle loro finiture superiori alla media. Certamente non è serio fare una analisi socio-economica basandosi su pochi giorni e solamente nel centro nevralgico della zona di produzione, tuttavia l’idea che mi sono fatto, e non è per nulla originale o geniale, è che questo legame stretto avvenga in modo molto simile al mondo del vino: il Tequila è un prodotto agricolo, la gran parte degli addetti dell’industria si occupa della raccolta dell’agave e il prodotto viene trasformato direttamente in distilleria, anche perché dalla raccolta, rigorosamente a mano dal jimador, alla lavorazione devono passare meno di 48 ore. Un ulteriore punto di forza è il fatto che l’agave non abbia una raccolta stagionale  e che quindi non ci sia un effetto a fisarmonica sul numero degli occupati. Facendo un parallelismo, forse azzardato con lo Scotch Whisky, è bastato che un paio di distillerie su Islay (Kilchoman e Bruichladdich) utilizzassero orzo locale per migliorare la vita della comunità  anche da un punto di vista puramente di orgoglio.

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L’interno del Museo del Tequila

Prima di entrare prossimamente nel dettaglio produttivo, parliamo di freddi numeri che descrivono bene il boom del settore: nel 2013 le vendite sono state di 26.7 milioni di casse (9 litri) e gli Stati Uniti hanno una quota di mercato oltre il 50% e un fatturato oltre i due miliardi di dollari. Il Messico ha circa il 13% del mercato; altri mercati, come la Germania, sono in forte aumento. Le esportazioni sono passate dai 109 milioni di litri del 2004 agli oltre 170 del 2013. La quota di Tequila prodotta non solo da Agave ma con con l’aggiunta di altri zuccheri è in diminuzione rispetto al 100% Agave e con soprattutto il segmento Premium in ascesa vertiginosa, vedremo poi il caso di Patron. Il numero di addetti delle circa 140 distillerie (e oltre 1000 brand), inclusa la raccolta, dovrebbe essere, se non ricordo male, di oltre 70.000 persone.

tequila_squareLa premessa mi serve anche per arrivare alla sintesi legata a Spirit Selection, con un ulteriore indicatore di buona salute del settore, rappresentato dai padroni di casa della Camara Nacional de la Industria Tequilera che hanno predisposto una accoglienza e una organizzazione grandiosa e ci hanno onorato come delle star.

 

Visto anche l’affascinante processo produttivo e le belle realtà visitate spero di soddisfare le vostre curiosità nei prossimi post. Lo slogan che accompagna il Tequila, Regalo de Mexico para el Mundo, sicuramente prende molto valore mettendo il naso tra le foglie azzurre di questa pianta. E lo dico anche per creare invidia.

2 pensieri riguardo “Tequila, la città che si specchia nella sua bevanda

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