Aumento delle accise: bisognerebbe mandare loro a scuola

repubblica-italianaEbbene si, dopo averla scampata per qualche anno, l’innovativo governo Letta ha finalmente messo mano alle accise degli alcolici (tranne quelle sul vino ovviamente), che da domani 10 Ottobre 2013 aumenteranno sensibilmente.

L’accisa per i famosi superalcolici passa da 800,01 a 905,51 euro per ogni ettolitro di etanolo (alcol anidro, cioé considerato puro al 100%), quindi un bel  +13%, ma questo è solo il primo gradino. Il primo gennaio 2014 aumenterà ancora a 920,31 e poi  nuovamente il primo gennaio del 2015 a 1035,52 raggiungendo un bel +27,4%, a cui va aggiunta anche l’IVA, anch’essa aumentata al 22%, che grava anche sulla quota di accisa.

Quindi su un whisky, o altro distillato, al 40% di alcool saranno circa 40 centesimi a cui va aggiunta l’IVA, quindi 50 centesimi più o meno in totale nella prima fase, per poi raggiungere l’euro in più dal 2015. La cosa svantaggerà ovviamente maggiormente i prodotti con la fascia bassa di prezzo tra cui ci sono grappe e brandy di tutto rispetto (cito sempre lo Stravecchio Branca) considerando il rapporto qualità/prezzo. L’ipocrisia di chiamarla “tassa sull’alcool” e di spostare i fondi (presunti) per la scuola e la ricerca ovviamente serve a tenere buono il popolo e a fare la parte dei buoni. L’obiezione per chi alza la voce è che le nostre tasse erano (rimangono) tra le più basse d’Europa.

Vediamo di smontare il tutto. Premesso che io credo che alcuni tipi di tassazione, come alcolici e sigarette, siano necessari per coprire un eventuale costo sociale (es. sanitario) dovuto all’abuso,  l’aumento delle tasse dovrebbe essere appunto necessario a seguito di aumento del consumo o di allarme sociale per sfavorirne la diffusione e per coprire i suddetti costi, ecco perché secondo me questo aumento è ingiustificato, dannoso e probabilmente inutile per le casse statali considerato che:

  1. Non esiste allarme sociale in Italia, tanto le ricerche, per quanto vengano enfatizzate in senso contrario, ci mettono agli ultimi posti sia come consumi che come “piaga” (es. sui giovani, il binge drinking ecc.). Guarda caso le tasse sono altissime nei paesi nordici e in UK dove invece l’alcolismo è un problema serio.
  2. Norme simili (es. sui carburanti) hanno dato esiti opposti, e cioé il gettito è calato perché le persone rinunciano a beni ovviamente non necessari. Ovviamente tassare un settore in contrazione non è mai una cosa tanto intelligente, spesso si ottiene di deprimerlo maggiormente e di non cavarci un euro di gettito e non servono fini economisti per saperlo (e difatti io non sono né fine né economista).

Per suffragare il punto 1 riportiamo dati ufficiali che dicono che:

  • L’Italia è al primo posto per la riduzione di consumo di alcolici dal 1980 al 2010: -59%. Il consumo pro-capite è di 6.9 litri di alcool, la media europea è 10.7 (OECD Health Data 2012). I dati dal 1961 sono ancora più significativi.
  • L’Italia è abbondantemente sotto il consumo medio di distillati, 0.7 litri pro-capite (UK 2.24, USA 2.8), se guardiamo sempre i dati dal 1961 vediamo che sono più che dimezzati addiritura meno di un quarto rispetto al picco del 1973.

Quindi, in un comparto in calo applicare tasse aggiuntive serve a deprimerlo ancora di più e, di conseguenza, a perdere tutto il gettito aggiuntivo presunto. Nel mondo della birra c’e’ stata una mobilitazione, anche se un po’ disordinata. Speriamo che questi soldi, se saranno in più ma dubito, servano per mandare a scuola il consiglio dei ministri e tutti quegli inetti e incapaci che li circondano. Un dram vi seppellirà.

 

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