The Great Single Malt Swindle – I: i blended

gsmswindleSpesso ho un sacco di pensieri che potrebbero essere collegati da un filo logico ma che si ha difficoltà a organizzare. Vi sono poi eventi e situazioni che dirwm21adano la foschia e funzionano da collante per mettere insieme i tasselli e sviluppare un discorso che, si spera, abbia un senso. La luce mi si è accesa durante una degustazione fatta la mattina del Milano Whisky Festival con gli amici del forum e Max Righi, titolare di Whisky Antique e Silver Seal. L’idea era di far provare due imbottigliamenti moderni di Silver Seal e di pescare una chicca del passato. Dopo qualche pensiero su alcuni “single” l’idea è stata quella di portare un vecchio blended e la scelta di Max è caduta su un Whyte&Mackay 21 anni dei primi anni ’70 contenente distillati come minimo degli  anni ’50.

Questa premessa ci serve per montare su una DeLorean e puntare la data proprio al periodo in questione, periodo in cui i Single Malt di fatto erano una piccolissima nicchia, sia per il consumo (come è adesso del resto) ma anche per il numero di marchi disponibili.

Se ci spostiamo di qualche anno in avanti, diciamo primi anni ’90. la mente mi va alla pubblicità del Macallan (il 7 per l’Italia, il 10 per altri paesi) che sottolineava come l’invecchiamento di oltre 7 (10) anni fosse una cosa del tutto fuori dalla norma. Leggendo il libro di Tom Morton, Spirit of Adventure, che risale allo stesso periodo, mi sono reso ancor più conto conto di come i whisky del core range di molte distillerie si limitassero a poche referenze e moltissime fossero degli 8 anni.

Il crollo del mercato degli anni ’80 ha portato alla chiusura di molte distillerie ma anche all’allungamento degli invecchiamenti: molti hanno tenuto fieno in cascina sperando in tempi migliori e al momento hanno avuto ragione. Si è quindi creato un mercato “premium” di imbottigliamenti costosi e spesso a gradazione piena e successivamente il mercato delle “closed distilleries“. Per un periodo piuttosto lungo i broker hanno avuto una larga disponiblità di barili da dare agli indipendent bottler, che hanno potuto lavorare bene a farci conoscere distillerie del tutto sconosciute (Caol Ila, Mortlach, ecc).

Con l’esplosione dei consumi di Scotch Whisky e la crescita anche dei Single Malt ci stiamo trovando di fronte a un mercato sui single malt molto ampio come offerta ma spaccato, anche se è una semplificazione, in due tronconi: gli imbottigliamenti base, molti dei quali NAS, che hanno tenuto prezzi abbastanza in linea col passato; imbottigliamenti più vecchiotti (o single cask)  hanno iniziato a crescere in modo esponenziale sia di prezzo che di offerta (anche se iniziano a scarseggiare e quindi a far schizzare i prezzi a livelli ancora più folli).

Ma ora ritorniamo da dove siamo partiti. Il nostro Whyte&Mackay 21, potremmo pagarlo 50 euro a un mercatino (non hanno ancora una quotazione precisa). Ci mettiamo sopra il naso e troviamo una ricchezza incredibile, con un profilo da ex sherry meraviglioso, proveniente da Dalmore degli anni 50. Suadenza al naso che appaga già pienamente e accompagnato da una grandissima morbidezza e bevibilità. Nessuna nota di legno invadente e grande equolibrio. Lo stesso tipo di soddisfazione mi è capitato  anche con blended meno pregiati e, la sera stessa, con un irlandese, un Jameson 8 dello stesso periodo provato al Mulligan’s. Ecco forse una delle truffe del Single Malt è che nei mercati “maturi” le persone ricerchino prodotti complessi, forti, persistenti e a volte profondamente sbilanciati (es. heavily peated) a discapito della bevibilità. Ma anche, di conseguenza, che si sia persa la bevuta “leggera” e quotidiana, attendendo chissà quale occasione speciale per aprire la “bottiglia buona”. Se trovate blended degli anni ’70 anche nella credenza della nonna, apriteveli e fatevene un goccio, anche perché i quelli premium moderni non ve li regalano. Sull’argomento vi rimando anche a un articolo di Francesco che è di conforto ai miei pensieri.

L’erudito che non ami osservare intorno a sé gli uomini, né le cose, né gli eventi, meriterà forse il nome di utile antiquario. Farà bene a rinunciare a quello di storico“. M. Bloch.

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